Migranti e microbiologia: quando uomini, microrganismi e paure ataviche camminano insieme

Senza categoria

Mia Immagine

Il concetto di finis terrae, incontro tra terra e mare, è sempre stato affascinante per l’uomo. Mari e monti sono sempre stati limiti naturali al passaggio dell’uomo, linee di confine naturale che hanno accompagnato la nostra storia recente e antica. Negli ultimi anni i flussi migratori provenienti da vari Paesi sia Europei che extra Europei  stanno modificando lentamente la geografia degli insediamenti umani e la composizione delle popolazioni dei Paesi che accolgono i migranti. Prima definiti profughi, poi migranti, nella realtà popoli in cammino e in fuga nella maggior parte dei casi da situazioni di conflitto o di estrema oppressione.

Le reazioni che questi arrivi continui scatenano sono molteplici e sicuramente legate al sentimento politico o alle paure ataviche della popolazione. Storicamente, le idee di diverso e ignoto non hanno mai favorito l’integrazione. Nell’immaginario comune delle paure ataviche il diverso non arricchisce, ma impoverisce, sottrae risorse e minaccia la sicurezza . Uno degli aspetti che più mettono in subbuglio la popolazione residente che dovrebbe accogliere i migranti è quello legato alla possibilità di introdurre nuove malattie infettive o re-introdurne alcune già debellate in precedenza. Sebbene al momento l’impatto dei flussi migratori sulla situazione epidemiologica europea sia in sostanza ininfluente secondo alcuni autori, occorre non abbassare la guardia e porre costante attenzione nella sorveglianza dei vari stadi di immigrazione, in modo da mantenere costantemente il contatto con eventuali evoluzioni epidemiologiche che possono riguardare ad esempio la reintroduzione di vettori di patogeni come il plasmodio della malaria.

Mia Immagine

M. tuberculosis

Nelle primissime fasi dell’accoglienza sarebbe opportuno dedicare tempo e risorse a uno screening attento per le principali malattie infettive, oltre che alla comprensione della situazione epidemiologica del Paese di origine, in modo da poterne ridurre al massimo i rischi di diffusione legati anche alle condizioni generali di arrivo e dei centri di smistamento. In questa fase le patologie da tenere sotto controllo sono tubercolosi, anche nella forma resistente ai farmaci che è purtroppo piuttosto comune nei Paesi dell’Est Europa,  e forme di epatite di tipo A ed E, la cui diffusione potrebbe essere legata alle condizioni di viaggio.

Trascorso il primissimo momento di arrivo, la sistemazione in strutture come centri di accoglienza o campi per rifugiati può essere veicolo di malattie a rapida diffusione come morbillo, varicella, rubella… di fatto le vaccinazioni in questo caso sono più che mai necessarie.

Al momento della sistemazione definitiva, invece, i tassi di alcuni malattie esibiti dai migranti riflettono quelli dei Paesi di origine. Promiscuità, condizioni di viaggio e di vita disumane e disagio possono quindi spianare la strada a malattie legate alla povertà, causando focolai infettivi nelle comunità in movimento.

 

 

Popoli in cammino stanno cambiando l’assetto dell’Europa, popoli che portano un fardello a volte scomodo o molto pesante, un fardello fatto di dolore per l’abbandono della patria, per la perdita della propria identità e spesso dei propri cari. Si perde la vita in questi casi e, se si è fortunati, se ne può trovare una nuova. Quello che purtroppo non sempre si perde sono i microrganismi che ci seguono dal paese d’origine, ospiti scomodi e indesiderati. Così come i flussi turistici negli anni hanno favorito la diffusione di malattie come la malaria in zone non endemiche grazie a zanzare importate in modo improbabile in bagagli di vario tipo, i flussi migratori possono introdurre o re-introdurre vari tipi di patogeni.

Controllo e attenzione diventano quindi due aspetti fondamentali nel processo di sorveglianza epidemiologica, anche se la situazione al momento sembra piuttosto complicata: non esistono solo gli sbarchi dall’Africa, che rappresentano una bassissima percentuale del flusso migratorio, ma anche movimenti sia interni all’Europa sia provenienti dall’Asia (in particolare Cina e Bangladesh). Zone di origine con alto tasso di povertà e profili epidemiologici peculiari dalle quali si riversano fiumane di persone in cerca di un’opportunità. Tutto questo concorre a delineare un quadro piuttosto variegato, dalle linee ancora non ben definite. Le sfumature offrono un alloggio per le paure, lasciano spazio al Diverso, all’Estraneo… la conoscenza del quadro migratorio anche dal punto di vista epidemiologico è uno strumento valido per impedire il diffondersi di leggende metropolitane e superstizioni che inficiano anche una serena ed efficace sorveglianza.

In conclusione, secondo alcuni autori, un programma di screening serio e puntuale appare necessario per poter aver un quadro chiaro e preciso sulla situazione epidemiologica delle persone in arrivo e ridurre i potenziali rischi di trasmissione che, lo ricordiamo, al momento sono trascurabili dal punto di vista del tasso di infezioni, ma non da quello strettamente epidemiologico. Il concetto di sorveglianza epidemiologica in questo caso è quanto mai appropriato, anche se la fattibilità non sembra al momento a portata di mano.

 

Priscilla Cocchi

 

Bibliografia:

  • Castelli F, Sulis G, Migration and infectious diseases, Clinical Microbiology and Infection (2017), doi: 10.1016/j.cmi.2017.03.012.
  • Hargreaves S, Lönnroth K, Nellums LB, Olaru ID, Nathavitharana RR, Norredam M, Friedland JS, Multidrug-resistant tuberculosis and migration to Europe, Clinical Microbiology and Infection (2016), doi: 10.1016/j.cmi.2016.09.009.

 

Crediti immagini:

  • immagine di copertina: http://www.archeologiafilosofica.it/finis-terrae-migranti-e-lotta-dei-confini/
  • M. tuberculosis: National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID)
  • Photo: Flickr / Jens Aarstein Holm; Creative Commons A-NC-ND 2.0

Mia Immagine