Parassiti che uccidono: Entamoeba histolytica

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Entamoeba histolytica

Oggi parliamo di un’ameba parassita particolarmente subdola e pericolosa, il cui target (o, meglio, serbatoio dell’infezione) è proprio l’uomo: l’Entamoeba histolytica, causa di sindromi note più genericamente come amebiasi.

Cosmopolita di diffusione prevalentemente tropicale, quest’ameba entra in contatto con la sua vittima umana in modo diretto (cioè attraverso un altro essere umano infetto, per via oro-fecale ed anche sessuale) o indiretto, per contatto con acque e cibi contaminati.

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La peculiarità di questo parassita sono i suoi caratteristici fattori di virulenza: composti proteici come le lectine, le perfluorine, o enzimi come le proteasi. Grazie ad essi E. histolytica è tra le cellule-killer più potenti al mondo e rappresenta la seconda causa di morte per parassitosi a livello mondiale (40’000-50’000 morti su un totale di 40-50 milioni di infezioni annue)!

CICLO VITALE

Ciclo vitale del parassita

Una volta infettato il proprio bersaglio ed arrivata a livello intestinale, E. histolytica passa dallo stadio di ciste protozoica a trofozoite; si tratta di uno stadio dalla spiccata attività necrotica, che è all’origine del nome di questa specie. L’infezione parte a livello dell’ileo distale, nell’intestino, dove inizia l’excistamento e dove i trofozoiti liberati si moltiplicano ed invadono le mucose, nutrendosi dei tessuti con cui entrano in contatto. In questo stadio i trofozoiti provocano ulcerazioni, emorragie e disturbi funzionali grazie ai quali possono giungere nel torrente circolatorio e da qui arrivare a livello epatico e polmonare e scatenare ulteriori infiammazioni. Lo stadio di trofozoite è ulteriormente pericoloso per la sua estrema mobilità, dovuta agli pseudopodi di cui è fornito.

Entamoeba histolytica, Campione fissato in SAF, esame a fresco. Due trofozoiti, uno di forma allungata, l’altro di forma leggermente ovoidale. I nuclei sono ben visibili. Da Atlante dei protozoi intestinali umani.

Dopo essersi “riempito la pancia”, per il parassita arriva il momento di prepararsi a partire: a questo punto, il trofozoite è arrivato nell’ultimo tratto del colon, dove si libera di tutte le sostanze ingerite e passa ad uno stadio pre-cistico prima ad uno cistico poi. In questo stadio finale il protozoo si circonda di una membrana sottile e il nucleo si suddivide in due e poi in quattro, formando cisti quadrinucleate. Queste cisti rappresentano lo stadio terminale, in cui il protozoo è pronto per essere espulso tramite le feci ed andare così ad infettare l’organismo successivo: le cisti verranno nuovamente ingerite per contaminazione, si schiuderanno arrivate a livello intestinale liberando il protoplasma (stadio di metacisti), che si suddividerà in quattro porzioni, una per ogni nucleo, dando origine ai trofozoiti da cui era partito il nostro ciclo.

Ma in che modo questi parassiti riescono a mangiare dall’interno il nostro organismo? Attraverso l’azione dei loro enzimi litici, con cui riescono a digerire i nostri tessuti e scavare piccole cavità nello spessore della mucosa intestinale, dove si localizzano. Questa erosione interna della parete intestinale provoca diversi disturbi più o meno gravi, dalla dissenteria amebica fino a manifestazioni infiammatorie quali la rettocolite ulcerosa o l’epatite colliquativa amebica.

Entamoeba histolytica, Colorazione di Bailenger. Questi due trofozoiti, con citoplasma finemente granuloso, hanno nuclei con un aspetto completamente differente. Questa semplice colorazione mette in evidenza i fini dettagli citologici con una definizione simile a quella delle colorazioni più elaborate. Da Atlante dei protozoi intestinali umani.

Come abbiamo già accennato, questo parassita vince la medaglia d’argento per la letalità delle sue infezioni, e risulta particolarmente pericoloso soprattutto per gli individui immuno-compromessi (malati, bambini, vecchi), nei casi in cui non siano disponibili cure adatte o in cui non avvenga una diagnosi corretta e tempestiva.

Entamoeba histolytica

Le cure sono sostanzialmente divise secondo la discriminante sintomatica in due rami: si distinguono le cure per soggetti asintomatici (paromomicina o diloxanide furoato) e per soggetti sintomatici (metronidazolo e tinidazolo), a cui segue poi il trattamento per soggetti asintomatici menzionato in precedenza.

Sono stati messi a punto anche diversi test per diagnosticare la presenza di questo parassita tramite l’analisi su campioni come feci diarroiche, o biopsie epatiche e polmonari. Nello specifico, gli esami sono 1) esame parassitologico seriato delle feci; 2) esame microscopico a fresco con colorazioni permanenti; 3) esame istologico per campioni bioptici; 4) test di ricerca di antigeni (su feci fresche); 5) test sierologici come IFA, EIA, IEA.

Laura Tasca

Fonti:

Atlante dei protozoi intestinali umani, sezione AMEBE, a cura di Giuseppe Swierczynski e Bruno Milanesi

 

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