Lost in Policlinico

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La medicina in uno scatto sta nella propria macchina fotografica quando cominci a sviluppare il rullino alla fine dei sei anni. Il rullino perché è hipster, dai. E allora tra gli articoli seri, scientifici, solidi, perché non infilare i nonsense che ci si accavallano in testa semestre dopo semestre a comporre quel quadro surrealista che è il corso di laurea in Medicina? Proverò a raccontare qualcuno dei miei scatti, perché forse a qualcuno torneranno in mente i suoi e magari così avrà anche lui voglia di raccontarli.

Era il 5 settembre del 2011 e da quel che ricordo credo avessi dormito un paio di ore la notte prima.

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Io, reggiano, me ne salivo sul treno con alcuni ex compagni di scuola superiore diretti verso il Policlinico di Modena, sede del tanto temuto Test d’ingresso. Quello per cui mi ero rigirato nel letto compulsivamente fino a decidere di dormire per terra, sul parquet, senza un motivo, ma non credo avesse senso nulla di ciò che pensavo quella sera. Nemmeno il caldo afoso della pianura padana, ma quello in generale ha poco senso.

Un caffè al bar a Modena. Facciamo due che così son ben scattante alle domande. E l’acqua, che poi la disidratazione, si sa mai.

Fila interminabile sotto il sole, più di mille persone che cercavano di capire dove sarebbero state smistate e intanto stralci di discorsi dai vicini che parlavano di AMPciclico e fiumi europei, sfoggiando una preparazione mirabolante e aizzando quella voce che dentro di me ripeteva “bravo coglione, l’hai preso sottogamba, questo test”.

Dopo un’ora di fila, il responso: Aula di radiologia. Quello, a quanto pareva, sarebbe stato il terreno di gioco. Purtroppo, tra i miei compagni ero l’unico ad essere lì, per cui ci demmo appuntamento davanti all’ingresso quando il tutto si sarebbe concluso e mi incamminai.

Ora, premetto che il Policlinico di Modena di per sé è abbastanza facile da girare, non è enorme e ci sono cartelli dovunque, ma chi lo costruì non tenne conto della gente che è capace di perdersi nella città in cui è vissuta per vent’anni, e che per fortuna vive nell’epoca dei navigatori satellitari, altrimenti non sarebbe qui a scrivere. Il percorso per arrivare a quella maledetta aula era molto elementare e consisteva di un ascensore e due corridoi, sempre a sinistra, impossibile sbagliare avevano detto.

Stolti, mi avevano sottovalutato.

Dopo un salto in bagno per la gentile cortesia del litro d’acqua ingurgitato, salii su quello che sembrava essere l’ascensore giusto. Sinistra, poi ancora sinistra et voilà.

Mi ero perso.

No, non era possibile, tornai indietro cercando di calmarmi, rifeci il percorso: ascensore, sinistra, sinistra. Day hospital di gastroenterologia. Il panico.

Aiutato dalla mia fenomenale capacità di ingarbugliarmi sempre più, riuscii a disperarmi sul serio solo dopo essere passato per la corsia di degenza ortopedica, essere stato bloccato all’ingresso di cardiologia perché c’era il giro visite in corso ed essere passato di fronte a ginecologia e una decina di studi di professori dai nomi altisonanti. Non poteva essere vero nemmeno nei peggiori incubi e stava succedendo a me, realmente, non stavo sognando con la schiena sul pavimento; provai a fermare un passante, ma a quanto pare stava andando a una visita oculistica e non mi sapeva aiutare, anzi non sapeva bene nemmeno lui se quello era il piano giusto e, porca miseria, avevo dieci minuti per arrivare.

Mi lanciai giù dalle scale facendo i gradini a tre a tre perché, sant’iddio, all’ingresso ci sarà bene qualcuno che mi sa dire dove diavolo è quest’aula, e soprattutto sono l’unico pirla ad essere riuscito a perdersi?

Mentre insultavo Madre Natura per avermi fatto scemo, a metà di un salto tra una rampa e l’altra con il cuore in gola tra la caffeina e i minuti che scorrevano inesorabili, rischiai di travolgere un medico che tranquillamente se ne saliva le scale.

“Mi scusi davvero io… è che… mi son perso e…”

Aveva gli occhiali, mi guardò con aria paterna aggiustandoseli sul naso: “Test di medicina vero? Dove devi andare?”

Dovevo avere un’aria davvero sconvolta per suscitargli tanta pietà. Lo seguii, corridoio a sinistra, poi ancora a sinistra ed eccola lì, la Terra Promessa di radiologia.

Se provo a pensare chi fosse quel medico ho in mente solo una faccia sfocata e anche se abbia provato a guardarmi in giro per un illuminazione in questi anni ancora non l’ho trovato, peccato perché vorrei andarlo ad abbracciare e ringraziarlo: quello, infatti, fu il primo di una serie di fortunati eventi che mi portarono qui, al sesto anno.

 

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